Sono giorni che penso a te e così ti scrivo questa lettera che non leggerai mai.
La cosa curiosa è che ti avevo, forse, dimenticato per abbondanti quattro anni. E che l'ultima volta che ci eravamo sentiti mi avevi fatto pensare che non valesse la pena continuare ad avere notizie di te. Mentre tu, al contrario, ti sei domandato spesso di me.
Poi...tante cose sono accadute in questo tempo. Forse, anzi sicuramente più per te che per me. E sei diventato la persona bella che mi aveva svegliato il cuore quella sera di...non ricordo più quanti anni fa. Cinque? Sei?
Tutto per puro caso.
Tutto senza parlarsi. Neanche una parola.
Solo qualche sguardo e l'incontenibile desiderio di sapere di più chi fossi tu, chi fossi io.
Ma non accadde nulla, quella sera. Non avemmo il coraggio di attraversare il confine che ci separava.
Poi, per fortuna, la musica ci ha fatti comunicare.
Qualcuno potrebbe chiamarlo colpo di fulmine. Ma no, non era e non è nulla del genere. Non è un sentimento che ci lega. E' un'altra cosa, oltre, che non so definire. Una specie di incanto, di magia.
E sono bastati quei pochi attimi in cui ci siamo rivisti, per caso - o forse non troppo - per ricadere in quella sensazione ammaliante. Mi sembrava tutto fosse ovattato e sbiadito, tranne te. Probabilmente per te è stato lo stesso, ma non te lo chiederò mai.
E intanto sono qui con questa dolcezza struggente nel cuore. Qualcosa a cui non riesco a dar nome. E a cui non sei riuscito a dar nome nemmeno tu, l'altro giorno. Posso solo dire che sento il cuore dilatarsi ogni volta che penso a te e non so perchè ti ho messo da parte per così tanto tempo fino ad arrivare a reincontrarsi per separarsi ancora.
Spero che stavolta le cose vadano un po' diversamente.
Spero che, di tanto in tanto, ritroveremo quell'incantesimo.
E spero che rimanga tutto sempre sospeso, che la tua vita continui così com'è adesso, lontana dalla mia, che ci reincontreremo di tanto in tanto, e che ci perderemo ancora, ma mai del tutto.
C'è chi cresce e c'è chi invecchia
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ars
on venerdì 25 gennaio 2013
/
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Da qualche giorno me ne sono andata altrove col mio asteroide spaziale. Siccome per vocazione ho un animo nomade, anche se per una serie di circostanze ultimamente non ho potuto esprimerlo, per una serie di altre circostanze ho deciso che era il caso di traslocare in altri luoghi.
Ora, sperduta nello spazio siderale di una città in cui ho qualche conoscenza e pochi amici - forse nessuno, ma d'altronde sull'asteroide hanno il coraggio di salire in pochi - e condivido la quotidianità casalinga con persone sconosciute (che ossimoro, quando la casa è il luogo per eccellenza dell'intimità e del calore accogliente!), mi godo una lunga vacanza-lavoro (bello il lavoro dell'artista, che tu sia qui o sia lì, non fa molta differenza) e scopro, anzi, ri-scopro la strana sensazione di fluttuare nel nulla. Esisto, ma non esisto, perché forse è vero che si esiste fin tanto che si esiste per qualcuno. Mi ricorda un viaggio che ho fatto diversi mesi fa, la scorsa primavera, in Bosnia. Partire soli e conoscere un sacco di gente, volti, sguardi, voci, accenti, lingue e linguaggi, per qualche minuto, vedere qualcuno che si entusiasma e sembra aver ritrovato qualcosa solo perchè gli hai regalato un sorriso e qualche parola, passare lunghe ore in silenzio distesi nell'erba, ti fa sembrare di essere un po' più tu e un po' meno tu.
Comunque sia, anche così, capita lo stesso di incontrare vecchie amicizie che il tempo non ha scalfito, ma in realtà suppongo sia stato solo il fatto di non essersi frequentati poi tanto a non aver allontanato.
Esci, e ti rendi conto di non essere seduta al tavolo di quel pub con la stessa persona che conoscevi. Già te n'eri resa conto l'ultima volta che l'avevi vista, più o meno 4 anni fa. E già ti eri resa conto che tante, troppe cose stavano cambiando negli anni prima, o forse sono cambiate in una sera, in un attimo. Forse sarebbero rimaste uguali senza certi eventi, o forse sarebbero fisiologicamente cambiate comunque. Chissà. E chissà in che modo.
In realtà non è il cambiamento che dà quel senso di spaesamento.
E' l'accorgersi che tanta innocenza è andata perduta. Sei con dei coetanei che ragionano e vivono come se avessero 10 anni di più...forse anche 20 o 30. Senza freschezza, senza l'entusiamo che - diamine, hai ancora 30 anni, mica sei prossimo alla morte! - uno dovrebbe avere. E' tutto già fatto, già sfruttato, già sperimentato. Non c'è più alcuno stupore, più nessuna meraviglia. E' tutto spento, non brillano luci.
Oddio, detta così sembra che stia parlando di gente depressa e triste. No, non è affatto così, anzi!
Si ride, si scherza (in maniera anche opinabile secondo me, ma vabè, è un altro discorso). Si vive, anche in maniera ritenuta soddisfacente.
Però io proprio non ce la faccio a non sentire la mancanza di quell'innocenza che andrebbe iniettata a dosi massicce a questa umanità così lontana da sè stessa.
Secondo me...si è perso il senso di quello che significa: "crescere".
Eh sì. C'è chi cresce, e c'è chi invecchia. Che poi invecchiare mica è una brutta cosa. In teoria si dovrebbe diventar saggi. Occorrerebbe aver grande stima degli anziani (non dei gerontocrati però).
Ma c'è chi invecchia la propria anima rendendola usurata, sporca, macchiata, lisa, unta, consumata.
Si dice che sarebbe bello nascere vecchi e morire nel momento del proprio concepimento. Ma tutto sommato non è così difficile. Basterebbe giorno dopo giorno ricordarsi di non rendere vecchia e inutilizzabile la nostra anima.
Ora, sperduta nello spazio siderale di una città in cui ho qualche conoscenza e pochi amici - forse nessuno, ma d'altronde sull'asteroide hanno il coraggio di salire in pochi - e condivido la quotidianità casalinga con persone sconosciute (che ossimoro, quando la casa è il luogo per eccellenza dell'intimità e del calore accogliente!), mi godo una lunga vacanza-lavoro (bello il lavoro dell'artista, che tu sia qui o sia lì, non fa molta differenza) e scopro, anzi, ri-scopro la strana sensazione di fluttuare nel nulla. Esisto, ma non esisto, perché forse è vero che si esiste fin tanto che si esiste per qualcuno. Mi ricorda un viaggio che ho fatto diversi mesi fa, la scorsa primavera, in Bosnia. Partire soli e conoscere un sacco di gente, volti, sguardi, voci, accenti, lingue e linguaggi, per qualche minuto, vedere qualcuno che si entusiasma e sembra aver ritrovato qualcosa solo perchè gli hai regalato un sorriso e qualche parola, passare lunghe ore in silenzio distesi nell'erba, ti fa sembrare di essere un po' più tu e un po' meno tu.
Comunque sia, anche così, capita lo stesso di incontrare vecchie amicizie che il tempo non ha scalfito, ma in realtà suppongo sia stato solo il fatto di non essersi frequentati poi tanto a non aver allontanato.
Esci, e ti rendi conto di non essere seduta al tavolo di quel pub con la stessa persona che conoscevi. Già te n'eri resa conto l'ultima volta che l'avevi vista, più o meno 4 anni fa. E già ti eri resa conto che tante, troppe cose stavano cambiando negli anni prima, o forse sono cambiate in una sera, in un attimo. Forse sarebbero rimaste uguali senza certi eventi, o forse sarebbero fisiologicamente cambiate comunque. Chissà. E chissà in che modo.
In realtà non è il cambiamento che dà quel senso di spaesamento.
E' l'accorgersi che tanta innocenza è andata perduta. Sei con dei coetanei che ragionano e vivono come se avessero 10 anni di più...forse anche 20 o 30. Senza freschezza, senza l'entusiamo che - diamine, hai ancora 30 anni, mica sei prossimo alla morte! - uno dovrebbe avere. E' tutto già fatto, già sfruttato, già sperimentato. Non c'è più alcuno stupore, più nessuna meraviglia. E' tutto spento, non brillano luci.
Oddio, detta così sembra che stia parlando di gente depressa e triste. No, non è affatto così, anzi!
Si ride, si scherza (in maniera anche opinabile secondo me, ma vabè, è un altro discorso). Si vive, anche in maniera ritenuta soddisfacente.
Però io proprio non ce la faccio a non sentire la mancanza di quell'innocenza che andrebbe iniettata a dosi massicce a questa umanità così lontana da sè stessa.
Secondo me...si è perso il senso di quello che significa: "crescere".
Eh sì. C'è chi cresce, e c'è chi invecchia. Che poi invecchiare mica è una brutta cosa. In teoria si dovrebbe diventar saggi. Occorrerebbe aver grande stima degli anziani (non dei gerontocrati però).
Ma c'è chi invecchia la propria anima rendendola usurata, sporca, macchiata, lisa, unta, consumata.
Si dice che sarebbe bello nascere vecchi e morire nel momento del proprio concepimento. Ma tutto sommato non è così difficile. Basterebbe giorno dopo giorno ricordarsi di non rendere vecchia e inutilizzabile la nostra anima.
Chi ha rubato il Natale?
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ars
on mercoledì 26 dicembre 2012
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E così anche questo giorno di Natale è passato...
Domani molti torneranno al lavoro...e non sarà stato nulla più che una mangiata, un po' di casino con amici e parenti, qualche pacco da scartare e, come mi ha detto qualcuno che mi legge, "solo vino, cibo e amari".
Comunque, fin qua, a parte la cosa a mio avviso un po' ridicola di festeggiare qualcosa in cui non si crede, di festeggiare il compleanno di qualcuno senza invitarlo o senza sapere chi sia, tutto "bene" (per me è molto illogico, vabè)...
Quello che mi fa riflettere è altro. Siamo riusciti a trasformare anche questa festa che, comunque, credere o non credere, di per sè ha un significato (difficile, certo, da mantenere se non si sa che cosa essa rappresenti), nella solita sperequazione fra chi ha e chi non ha, in un motivo di disuguaglianza. Il Natale è la festa universale, di tutti gli uomini: il mondo intero festeggia, senza sapere di festeggiare la propria liberazione, la propria salvezza. E se anche volessimo spostare questa festa su un piano del tutto atrascendentale, potremmo ancora comunque festeggiare un giorno in cui ci ricordiamo che questa è la festa dell'uomo, della sua umanità...Anche per quanti vedono il Natale solo come "vino, cibo e amari". Come Dio si è fatto uomo...così potremmo quanto meno farne un momento per ricordare che nasciamo tutti uguali su questo pianeta. E invece tra regali, spese e cenoni, tutto questo non avviene. Avviene che c'è chi è solo, chi non ha nulla da festeggiare, perché ormai per quasi tutti si è perso il senso di questi festeggiamenti. Dovrebbe essere il giorno in cui il povero si siede a tavola insieme al ricco, il giorno in cui tutti possano avere qualcosa per cui sorridere, o in cui sentire di avere un senso, e per molti diventa il giorno in cui si ha solo un altro motivo per piangere o non sapere perchè e per cosa si vive. Natale si dice sia la festa della famiglia...e così tutti si chiudono nelle proprie case calde e calorose, ma non chiudono solo le porte, bensì il cuore...magari molti per lavarsi la coscienza fanno un'elemosina di più...però poi non ne rimane nulla...
E in realtà questa è sì la festa della famiglia, ma dell'intera famiglia umana, non dei clan e delle tribù.
Gesù Bambino è nato povero, nella grotta, e di certo non faceva cenoni e non aveva la pancia piena. E Maria e Giuseppe non si sono chiusi nella grotta per festeggiare da soli il lieto evento...hanno accolto i pastori e i Magi, i poveri e i ricchi, gli ignoranti e i sapienti perché avevano capito che quell'evento non era solo per loro.
Sono passati duemiladiciotto Natali circa...e siamo sempre al punto di partenza.
E poi in fondo dovrebbe essere Natale ogni giorno. Ogni giorno dovrebbe essere così.
Domani molti torneranno al lavoro...e non sarà stato nulla più che una mangiata, un po' di casino con amici e parenti, qualche pacco da scartare e, come mi ha detto qualcuno che mi legge, "solo vino, cibo e amari".
Comunque, fin qua, a parte la cosa a mio avviso un po' ridicola di festeggiare qualcosa in cui non si crede, di festeggiare il compleanno di qualcuno senza invitarlo o senza sapere chi sia, tutto "bene" (per me è molto illogico, vabè)...
Quello che mi fa riflettere è altro. Siamo riusciti a trasformare anche questa festa che, comunque, credere o non credere, di per sè ha un significato (difficile, certo, da mantenere se non si sa che cosa essa rappresenti), nella solita sperequazione fra chi ha e chi non ha, in un motivo di disuguaglianza. Il Natale è la festa universale, di tutti gli uomini: il mondo intero festeggia, senza sapere di festeggiare la propria liberazione, la propria salvezza. E se anche volessimo spostare questa festa su un piano del tutto atrascendentale, potremmo ancora comunque festeggiare un giorno in cui ci ricordiamo che questa è la festa dell'uomo, della sua umanità...Anche per quanti vedono il Natale solo come "vino, cibo e amari". Come Dio si è fatto uomo...così potremmo quanto meno farne un momento per ricordare che nasciamo tutti uguali su questo pianeta. E invece tra regali, spese e cenoni, tutto questo non avviene. Avviene che c'è chi è solo, chi non ha nulla da festeggiare, perché ormai per quasi tutti si è perso il senso di questi festeggiamenti. Dovrebbe essere il giorno in cui il povero si siede a tavola insieme al ricco, il giorno in cui tutti possano avere qualcosa per cui sorridere, o in cui sentire di avere un senso, e per molti diventa il giorno in cui si ha solo un altro motivo per piangere o non sapere perchè e per cosa si vive. Natale si dice sia la festa della famiglia...e così tutti si chiudono nelle proprie case calde e calorose, ma non chiudono solo le porte, bensì il cuore...magari molti per lavarsi la coscienza fanno un'elemosina di più...però poi non ne rimane nulla...
E in realtà questa è sì la festa della famiglia, ma dell'intera famiglia umana, non dei clan e delle tribù.
Gesù Bambino è nato povero, nella grotta, e di certo non faceva cenoni e non aveva la pancia piena. E Maria e Giuseppe non si sono chiusi nella grotta per festeggiare da soli il lieto evento...hanno accolto i pastori e i Magi, i poveri e i ricchi, gli ignoranti e i sapienti perché avevano capito che quell'evento non era solo per loro.
Sono passati duemiladiciotto Natali circa...e siamo sempre al punto di partenza.
E poi in fondo dovrebbe essere Natale ogni giorno. Ogni giorno dovrebbe essere così.
Apri il cassetto
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ars
on martedì 11 dicembre 2012
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Che giornata...
Non so perchè, quando trascorro l'intera giornata fuori casa, anche se poi in fondo sono stata a pranzo in un'altra casa, arrivo intorno alle 18 distrutta. Ora sono le 20:23 quindi non ne parliamo.
In realtà sto imparando a capire perché...devo avere qualche neurodiversità (detto tra il sarcastico, il faceto e il possibilista :P). La socialità mi distrugge. Non per musoneria, egoismo, senso di superiorità, disattenzione o che...nemmeno per carattere...è proprio che faccio una fatica abnorme a sostenere ore di conversazioni e di socializzazioni di cui non sento il bisogno. E' come se uno, non essendo portato per la matematica, dovesse riflettere ore e ore sulla risoluzione di esercizi che magari per gli altri sono pure semplicissimi o ovvi.
Viceversa potrei stare giorni e settimane da sola senza risentirne, anzi, senza accorgermene. Se il telefono squilla, devo stare di genio per rispondere. Forse sto dipingendo un'immagine di me che incuterà un po' di timore o di sgomento, ma in fondo mi da pure molto fastidio dover parlare in prima persona prendendomi come soggetto delle mie narrazioni.
Sarà che poi sono sottoposta a tutta una serie di visioni di vita, opinioni, convinzioni, idee e ideologie delle quali non solo non condivido una virgola, ma che mi sembrano il cancro del mondo...eppure non è che oggi, ad esempio, sia stata con persone abiette...anzi...sicuramente sono tra le migliori persone che io conosca...ma, ahimè, per me è faticoso.
E questo post non vuole essere uno sfogo, nè uno sproloquiare vittimista...ho solo bisogno di mettere fuori la fatica che sento. Della quale non mi lamento, comunque. Mi segue da una vita, ci sono abituata.
Però in certi momenti devo riporla in qualche cassetto per disfarmene, almeno per un po'. E adesso mi è capitato sottomano il cassetto-blog.
Poi sempre più mi prende questo senso di inutilità...vedo che le persone più serene sono in fondo quelle che inconsapevolmente rispondono a quello che da più parti gli si dice di fare...condividere le foto su facebook, avere lo smartphone, "sistemarsi", "infilarsi" da qualche parte, uscire con gli amici (per fare però sempre e solo determinate cose) e così via...
Io mi sento oberata, frustrata, infastidita e pure innervosita da tutto questo. E' vero che le culture sono date dalla condivisione degli stessi codici comunicativi, ma oggi mi sembra ci sia solo un grande, enorme melting pot, per usare un termine tanto in voga presso la sociologia degli anni passati, un'insalatona dove devi essere un ingrediente fra i tanti.
Tutti chiusi nelle loro piccole certezze. E questo va benissimo. Forse pagherei per averne anche io. Però quando questi piccoli mondi diventano tutto sommato isolati su sè stessi, nonostante tutta questa ridondanza, direi questo parossismo di socialità...boh...
Non so perchè, quando trascorro l'intera giornata fuori casa, anche se poi in fondo sono stata a pranzo in un'altra casa, arrivo intorno alle 18 distrutta. Ora sono le 20:23 quindi non ne parliamo.
In realtà sto imparando a capire perché...devo avere qualche neurodiversità (detto tra il sarcastico, il faceto e il possibilista :P). La socialità mi distrugge. Non per musoneria, egoismo, senso di superiorità, disattenzione o che...nemmeno per carattere...è proprio che faccio una fatica abnorme a sostenere ore di conversazioni e di socializzazioni di cui non sento il bisogno. E' come se uno, non essendo portato per la matematica, dovesse riflettere ore e ore sulla risoluzione di esercizi che magari per gli altri sono pure semplicissimi o ovvi.
Viceversa potrei stare giorni e settimane da sola senza risentirne, anzi, senza accorgermene. Se il telefono squilla, devo stare di genio per rispondere. Forse sto dipingendo un'immagine di me che incuterà un po' di timore o di sgomento, ma in fondo mi da pure molto fastidio dover parlare in prima persona prendendomi come soggetto delle mie narrazioni.
Sarà che poi sono sottoposta a tutta una serie di visioni di vita, opinioni, convinzioni, idee e ideologie delle quali non solo non condivido una virgola, ma che mi sembrano il cancro del mondo...eppure non è che oggi, ad esempio, sia stata con persone abiette...anzi...sicuramente sono tra le migliori persone che io conosca...ma, ahimè, per me è faticoso.
E questo post non vuole essere uno sfogo, nè uno sproloquiare vittimista...ho solo bisogno di mettere fuori la fatica che sento. Della quale non mi lamento, comunque. Mi segue da una vita, ci sono abituata.
Però in certi momenti devo riporla in qualche cassetto per disfarmene, almeno per un po'. E adesso mi è capitato sottomano il cassetto-blog.
Poi sempre più mi prende questo senso di inutilità...vedo che le persone più serene sono in fondo quelle che inconsapevolmente rispondono a quello che da più parti gli si dice di fare...condividere le foto su facebook, avere lo smartphone, "sistemarsi", "infilarsi" da qualche parte, uscire con gli amici (per fare però sempre e solo determinate cose) e così via...
Io mi sento oberata, frustrata, infastidita e pure innervosita da tutto questo. E' vero che le culture sono date dalla condivisione degli stessi codici comunicativi, ma oggi mi sembra ci sia solo un grande, enorme melting pot, per usare un termine tanto in voga presso la sociologia degli anni passati, un'insalatona dove devi essere un ingrediente fra i tanti.
Tutti chiusi nelle loro piccole certezze. E questo va benissimo. Forse pagherei per averne anche io. Però quando questi piccoli mondi diventano tutto sommato isolati su sè stessi, nonostante tutta questa ridondanza, direi questo parossismo di socialità...boh...
Cari...
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ars
on venerdì 16 novembre 2012
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Ancora una volta una manifestazione che si è conclusa nella violenza. In linea di massima sono contraria, penso che le vere rivoluzioni siano non violente. Però stavolta le cose sono un po' diverse, fermo restando che forse molti di quelli che oggi si lamentano sono anche gli stessi che ci hanno fatto cadere dalla padella nella brace e da una finta democrazia a una dittatura bianca.
Cari poliziotti, lo so che non è lecito lanciare sassi e bombe carta sulle forze dell'ordine. Lo so che voi siete lì perché è il vostro lavoro e forse anche perché siete anche d'accordo con una certa linea. Ma lasciate che vi dica una cosa: stavolta avete sbagliato a caricare i manifestanti. Non che le altre volte sia giusto, però capisco che in questo sistema, non si può sfidare l'ordine costituito con certi mezzi. E lo ritengo anche ovvio.
Ma stavolta avete sbagliato. Avreste dovuto lasciarli passare, o addirittura andarci con loro, ai palazzi del potere. Sì, perché anche voi siete cittadini di questo Stato.
Molti di voi hanno o avranno dei figli. Quello che state facendo ora, difendendo questo sistema, è danneggiare i vostri stessi figli. Noi non vogliamo questo stato di cose, non vogliamo un mondo del genere, non vogliamo un sistema che ci tenga oppressi e repressi in questo modo. E non dovreste volerlo nemmeno voi, se non per voi stessi, almeno per i vostri più cari. La degenerazione, stavolta, sta nelle stanze di governo, non in piazza. Non dovreste difendere un sistema che vi rende servi e schiavi, magari finora poteva anche avere un senso, ma adesso è ora di far sapere che nessun cittadino, dall'infermiere al professore, dal parcheggiatore al poliziotto, nessuno vuole e peggio ancora può più sottostare a questo. E voi dovreste essere dalla parte dei cittadini, perché anche voi siete cittadini, non dalla parte di chi vi sta usando contro voi stessi. Non parlo di fare azioni violente...ma penso che se anche voi poliziotti deponeste armi, scudi, elmetti, confidando ovviamente nell'intelligenza di chi manifesta a non inveire su chi rimane disarmato, e insieme a loro, insieme a noi, vi dirigeste verso quei palazzi...tutti uniti, compatti...bé, forse questa sarebbe sì una piccola rivoluzione o almeno un piccolo segnale.
Spero che alle prossime elezioni ci sia un altro segnale: che i cittadini si rechino alle urne, ma votino tutti scheda bianca.
Cari poliziotti, lo so che non è lecito lanciare sassi e bombe carta sulle forze dell'ordine. Lo so che voi siete lì perché è il vostro lavoro e forse anche perché siete anche d'accordo con una certa linea. Ma lasciate che vi dica una cosa: stavolta avete sbagliato a caricare i manifestanti. Non che le altre volte sia giusto, però capisco che in questo sistema, non si può sfidare l'ordine costituito con certi mezzi. E lo ritengo anche ovvio.
Ma stavolta avete sbagliato. Avreste dovuto lasciarli passare, o addirittura andarci con loro, ai palazzi del potere. Sì, perché anche voi siete cittadini di questo Stato.
Molti di voi hanno o avranno dei figli. Quello che state facendo ora, difendendo questo sistema, è danneggiare i vostri stessi figli. Noi non vogliamo questo stato di cose, non vogliamo un mondo del genere, non vogliamo un sistema che ci tenga oppressi e repressi in questo modo. E non dovreste volerlo nemmeno voi, se non per voi stessi, almeno per i vostri più cari. La degenerazione, stavolta, sta nelle stanze di governo, non in piazza. Non dovreste difendere un sistema che vi rende servi e schiavi, magari finora poteva anche avere un senso, ma adesso è ora di far sapere che nessun cittadino, dall'infermiere al professore, dal parcheggiatore al poliziotto, nessuno vuole e peggio ancora può più sottostare a questo. E voi dovreste essere dalla parte dei cittadini, perché anche voi siete cittadini, non dalla parte di chi vi sta usando contro voi stessi. Non parlo di fare azioni violente...ma penso che se anche voi poliziotti deponeste armi, scudi, elmetti, confidando ovviamente nell'intelligenza di chi manifesta a non inveire su chi rimane disarmato, e insieme a loro, insieme a noi, vi dirigeste verso quei palazzi...tutti uniti, compatti...bé, forse questa sarebbe sì una piccola rivoluzione o almeno un piccolo segnale.
Spero che alle prossime elezioni ci sia un altro segnale: che i cittadini si rechino alle urne, ma votino tutti scheda bianca.
Un'allegra canzone per un giorno di pioggia :D
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ars
on mercoledì 31 ottobre 2012
/
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Sottotitolo: una canzone verace (che oggi non riesco a smettere di ascoltare)
"Meat Is Murder"
"Meat Is Murder"
Heifer whines could be human cries
closer comes the screaming knife
this beautiful creature must die
this beautiful creature must die
a death for no reason
and death for no reason is MURDER
and the flesh you so fancifully fry
is not succulent, tasty or nice
it is death for no reason
and death for no reason is MURDER
and the calf that you carve with a smile
is MURDER
and the turkey you festively slice
is MURDER
do you know how animals die?
kitchen aromas aren't very homely
it's not "comforting", "cheery" or "kind"
it's sizzling blood and the unholy stench
of MURDER
it's not "natural", "normal" or kind
the flesh you so fancifully fry
the meat in your mouth
as you savour the flavour
of MURDER
NO, NO, NO, IT'S MURDER
NO, NO, NO, IT'S MURDER
who hears when animals cry?
Nota dopo nota...
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ars
on lunedì 22 ottobre 2012
/
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"Se un figlio si accorgesse che per caso è nato fra migliaia di occasioni capirebbe tutti i sogni che la vita dà, con gioia ne vivrebbe tutte quante le illusioni"...(Franco Battiato, "Energia", da "Fetus", 1971).
L'altro giorno stavo imparando una nuova canzone al pianoforte...per la precisione (anzi, ora me la riascolto, così la imparo meglio) questa...(non ho visto il film Twilight e non sapevo ne facesse parte ci tengo a dirlo :P)
Ascoltala mentre leggi :)
L'altro giorno stavo imparando una nuova canzone al pianoforte...per la precisione (anzi, ora me la riascolto, così la imparo meglio) questa...(non ho visto il film Twilight e non sapevo ne facesse parte ci tengo a dirlo :P)
Ascoltala mentre leggi :)
e pensavo...non si capisce niente...all'inizio, quando si studia una nuova canzone, non si capisce niente...oddio questa era pure semplice da suonare quindi più o meno si capiva...ma in generale, accade così.
E la vita, gli incontri, le relazioni, le situazioni, sono come una canzone che si sta imparando a suonare. Non ci si capisce niente, sembra una sequela di note sconnesse (però per quanto sconnesse sempre sequela è, tutto sommato), e poi alla fine di tutto...saremo capaci di coglierne la melodia. Tra armonie e dissonanze, accordi e discordanze, intervalli e sequenze e anche tante scale da scendere e salire...
La vita è un bellissimo pezzo al pianoforte.
Spero che tutti noi facciamo sempre in modo di non suonare sempre la stessa nota, visto che ne abbiamo tante a disposizione...
E che le usiamo per comporre qualcosa di bello e piacevole all'ascolto nostro e degli altri...

