Non è Nietzsche (per chi lo pensava)

C'è chi è tanto abituato all'errore, che fugge le cose giuste perché ne hanno timore. Abituati a una bellezza mediocre, hanno timore di essere felici. Ubriachi e obnubilati, temono di ubriacarsi di gioia. Quanta vita fugge dalle loro mani; ma forse è proprio quello che sperano, perché non amano la vita stessa. Non vivono, sopravvivono. Eppure è un passo, una briciola di coraggio: e ciò che faceva paura, la luce, nel buio, non accecherebbe più i loro occhi stanchi, tornando a nutrirne l'essere come piante che hanno bisogno del Sole per vivere.

Lo spettacolo del dolore

Dalla cronaca si è passati a romanzare le vite delle persone coinvolte in incidenti e disastri. Succede sempre più spesso. Non capisco il senso di tutto questo voyeurismo. Boltanski in un azzeccato saggio che si chiama "La souffrance à distance", in Italia "Lo spettacolo del dolore" (pure datato!), mette in guardia dall'indifferenza con cui ormai guardiamo alle immagini di tragedie mentre la nostra vita quotidiana scorre tranquillamente nella sua quotidianità. D'altra parte, poco possiamo fare. Allora a che servono questi approfondimenti nell'intimità di ciascun defunto? A risvegliare i nostri sensi? A vendere di più? La stampa sta attuando una pericolosa virata verso i contenuti di "Giallo" o "Cronaca Vera".
Tempo fa morì un mio amico in un incidente. Il giornale per il quale lavoravo, un free press, scrisse un articolo romanzato al riguardo, con fatti e personaggi inventati ma chiaramente riferiti all'accaduto... chiunque coinvolto avrebbe potuto se non riconoscersi, sentirsi almeno chiamato in causa (lo scrisse peraltro una mia amica). Ebbero molte critiche e alcune mie colleghe compreso il redattore capo non capivano perché. A me disgustò abbastanza, e non perché nei fatti coinvolti c'erano amici e conoscenti (avevo abitato anche tanti anni nello stesso edificio di un'altra delle persone coinvolte, insomma, li conoscevo tutti) ma perché non è il modo di fare giornalismo, anzi, non chiamiamolo nemmeno tale. La cosa veramente grave è che si ha il via libera a pubblicare certi contenuti, anzi, si ricevono le direttive a farlo, in giornali grandi, letti da tutti in Italia.
Vorrei sapere l'Ordine che cosa ci sta a fare quando poi obbliga tutti a fare gli aggiornamenti sulla deontologia. Deontologia di cui, a mio modestissimo parere, non c'è traccia e non ci sarà mai fino a quando continueranno a esserci articoli e giornali come quelli a cui mi riferisco o programmi come "Quarto Grado" e "Storie Vere".

La cultura non è democratica

Tante volte mi chiedono il perché prenda una laurea dopo l'altra. Come se sperperassi il mio tempo. Ecco, la cultura libera e rende liberi. Come sarebbero avvenute le grandi rivoluzioni democratiche senza cultura? Quando sento che c'è bisogno di rivoluzioni dal basso condivido, ma non nel modo in cui lo si intende oggi. Sono vissuta in una famiglia politica e non ho mai accettato né mi è stata mai proposta la spintarella. Ma si parla di politica seria, quella di chi faceva la scuola politica, non di chi si sveglia la mattina e si improvvisa a fare il politico. Certo, al bene della cosa pubblica tutti possono e devono collaborare, e infatti un conto è il politico, un altro l'amministratore. Comunque, scusate la divagazione derivata dall'aver parlato di democrazia. Premesso anche che le rivoluzioni democratiche sono state concesse, permesse, mica altro. C'è bisogno di cultura, dicevo, proprio per rendersi conto di queste sottigliezze. Ci mancherebbe che dobbiamo essere tutti professori. Assolutamente no. Va benissimo che si sia chi manovale e chi intellettuale, senza carpentieri abiteremmo nelle capanne di paglia. Ma c'è bisogno che laddove si fa cultura, la si faccia bene, molto bene. Non come si fa dal '68 ad oggi. In barba a chi vuole abolire il liceo classico perché classista. Beh, la cultura non è democratica. È meritevole. Ma senza cultura, non ci può essere democrazia, non ci può essere progresso umano, non ci può essere capacità critica. Senza cultura nascono mostri come il terrorismo e la mafia. Senza cultura siamo come un corpo tenuto in vita da un respiratore artificiale. A cui manca il soffio vitale, lo pnèuma.

http://www.retescuole.net/rassegna-stampa/litalia-e-diventata-una-repubblica-fondata-sugli-asini

Promesse di pace

Quando a messa le persone danno la pace spesso non guardano nei tuoi occhi, spesso guardano altrove, e non lo capisco questo dare la pace come se fosse un gesto meccanico, una routine: quando si dà la pace bisogna guardare l'altro, perché è un modo per accoglierlo, per dire "ecco, ti do la pace, la do a te, che mi sei di fronte, non ti conosco ma ti guardo come il Padre guarda noi uno per uno. Ti do la pace sul serio e non perché lo dice il prete, ti stringo la mano e ti guardo perché ci sia uno scambio, un impegno, una parola d'onore, e cercherò di far fede a questo impegno, pur con le difficoltà, pur con le divergenze e le differenze". Ecco, ci si stringe la mano come quando si fa una promessa, e questa promessa bisogna cercare di mantenerla. Quale credibilità c'è in una stretta di mano, in una promessa in cui non si sa nemmeno a chi la si è fatta?

Pace e fiducia

E' stata una di quelle giornate ni. Iniziata tra fraintendimenti e proseguita tra fraintendimenti. Con amici, con conoscenti, gente che comunque stimo. A me piace scindere il momento di incomprensione dalla persona. Le incomprensioni capitano, come anche le diversità di vedute, come anche i litigi. Ma penso che (a meno di cose estremamente gravi) non sia il momento di incomprensione a definire una volta per tutte l'altro, o peggio, a definire il nemico. Gli esseri umani, tutti, sbagliano; e ciascuno pensa di aver ragione dal proprio punto di vista. Ammettiamolo, dire di aver avuto torto è difficile, ma non tanto agli altri, è dura dirlo a sé stessi. Poi a volte si parte conoscendo le cose a metà, o presupponendo che l'altro debba essere per forza in malafede. Ad ogni buon conto, sono le 23:09, questa giornata è quasi finita, e speriamo sorga una notte foriera di un giorno di pace. Pace nella verità, ovviamente.
Cos'è che c'è scritto da una parte?
"La fiducia è il presupposto essenziale di ogni pace. Se non mi fido di chi ho accanto, di chi conosco, ma anche di chi mi è estraneo, non posso vivere. Mi fido del medico che mi cura, del conducente del mezzo che mi trasporta, della persona in cui ho riposto il mio cuore, e così la vita è un susseguirsi di piccoli e grandi atti di fiducia. Non c'è vita senza fiducia, e non c'è pace senza essa. Ma per fidarmi, e avere pace, non posso vivere nel timore del tradimento di questa fiducia. La fiducia è un moto gratuito del cuore; la pace chiede, da parte sua, l'abbattimento di ogni ingiustizia e di ogni usurpazione".

Apprensioni di una mamma adottiva

Come molti ormai sapranno, da poco più di un mese ho un asilo di gattini in giardino. Quando li guardo, così piccoli, inconsapevoli della vita, rifletto molto (oltre a divertirmi molto dei loro giochi). Che futuro avranno? Chi si prenderà cura di loro? Che destino avranno? Quanto influirà il darli a qualcuno? Come posso garantire che ciascuno di loro abbia il meglio? Saranno dei gatti amati e felici? 
Restano domande senza risposta che solo il tempo potrà soddisfare. Vorrei poterli tenere sempre, ma cresceranno e sarà sempre più difficile tenerli tutti in giardino (anche perché alla coniglia è venuta la dermatite da stress). Come sarà sempre più difficile regalarli. Spero solo che abbiano tanta fortuna.

Che sapore ha la felicità...

La felicità è un criterio soggettivo. Io mi sento spesso infelice in questo mondo. Mi sembra tutto sempre molto vacuo, inutile e spesso ingiusto o riduttivo. Non perché lo sia oggettivamente: ognuno ha, ripeto, il proprio modo per essere felice ed è (nei limiti di una felicità lecita) una cosa bella. Per esempio la mia idea di felicità è vedere le persone, soprattutto quelle che ami, a loro volta felici. Tempo fa ero in un parco acquatico e c'era la piscina a onde. Tutti l'aspettavano, con la trepidante attesa dei bambini (anche gli adulti) ed era bellissimo sentire che all'arrivo dell'onda avevano la risata sincronizzata. E' forse una delle migliori descrizioni dell'armonia e della pace. Sarebbe bello se nel mondo bastasse una piscina a onde per far stare tutti in pace. Oppure osservare la natura: è una cosa che mi rende estremamente felice; quando guardo i miei animali, per esempio, o quelli che arrivano in giardino, mi sento in letizia. Penso che sia lo stesso tipo di amore che provano le mamme (non lo sto equiparando, spero si capisca in che senso) o Dio: guardare le altre creature, e gioirne. La mia idea di felicità stasera, invece, è questa: aprire un libro di bioetica e trovarvi idee sulle quali discutere (se poi sono espresse secondo punti di vista che trovi condivisibili è quasi il Paradiso) e dilatare il pensiero, la mente e l'anima. In generale le idee sono una cosa che mi rendono estremamente felice. La discussione su tematiche fondamentali, che non sono solamente speculative ma sono fondamento della nostra quotidianità e della nostra vita "normale", che è ben più dell'uscire per andare al lavoro o a fare la spesa (e a me piace tantissimo fare la spesa attuando il mio potere di scelta e di contributo a cambiare nel mio piccolo tante cose grandi). O meglio, si ritiene che la speculazione sia avulsa dalla quotidianità, dalla vita pratica, e invece non è così, perché in ogni scelta c'è il riflesso di una condizione esistenziale più grande. Osservare quello che si cela dietro tutto questo, il non detto, il non visto, a me piace un sacco e mi fa sentire di essere finalmente nel posto giusto. Creare, che sia col disegno, coi suoni, con le parole o col pensiero, è la cura per ogni affanno. Ti fa sollevare al di sopra di tante meschinità e inutilità e ti fa finalmente sentire vivo. E sentirsi vivi è la più alta forma di felicità.