L'Europa è rimasta colpita nel suo cuore. A Parigi una bomba ha spezzato (sinora) 12 vite. E tanto basterebbe a rendere gravissimo l'episodio in sé. Ma l'Europa non è stata colpita nel suo cuore perché sono morte per l'ennesima volta le ennesime persone nell'ennesimo attentato terroristico. E' stata colpita nel suo cuore perché è stato colpito il diritto all'informazione e alla satira, al non pensarla come l'altro, a non avere un pensiero unico e omologato. Questo è il cuore dell'Europa che è stato colpito. Qui, nel cuore dell'Occidente, nel cuore anche del Cristianesimo (checché alcuni lo rifiutino) è nata l'opinione pubblica, il libero pensiero, la libertà di espressione e di opinione, la pubblica informazione. Al di là di quanto questa possa risultare manipolata o corrotta o asservita, essa c'è. E noi europei, noi occidentali, lo dimentichiamo troppo spesso. Ci sono luoghi dove non è permesso non solo dire la propria opinione, manifestarla, ma persino ascoltare musica.
Parlo da giornalista. Parlo in onore dei miei colleghi morti per la causa. Non è che i giornalisti siano tutti martiri. Molti di noi scrivono perché si trovano in redazione e lo fanno. Molti di noi rasentano lo sciacallaggio. Molti di noi rischiano la vita. Molti di noi la perdono.
Parlo da europea che non vuole l'unione monetaria ma vuole quella politica (non partitica, che c'è differenza). Parlo da europea che da anni osserva quello che sta accadendo anche perché tra i mille lavori che svolgo ce n'è uno che mi porta particolarmente vicino alla realtà dell'immigrazione e del mondo islamico. Sta accadendo qualcosa di molto grande sotto i nostri occhi. Una colonizzazione culturale dall'interno, cari tutti. Non era e non è (ancora) possibile, per quanti risiedono dall'altra parte del Mediterraneo, invadere i nostri territori con armi ed eserciti, le forze, l'organizzazione, la coesione politica sono impari. Ma farlo dall'interno, con il cavallo di Troia che rappresenta l'immigrazione in cui chiunque arriva può dichiarare le generalità che vuole, sì. Prima o poi il cavallo aprirà la sua pancia, e la sta già aprendo.
Non fraintendetemi. Parlo da cristiana. Il mondo è di tutti e chiunque sia in pericolo va accolto, non si possono lasciare le persone morire nelle guerre, anche noi fuggiremmo dalla violenza, dalla fame, dalla povertà, anche noi faremmo la stessa cosa. Anche noi, ancora oggi, siamo un popolo di emigranti. Certo, non proprio, attualmente, alle stesse condizioni. La soluzione non è non accogliere.
Parlo, da ultimo, da cristiana, da giornalista e da europea. Non è possibile un'Europa, un Occidente, in cui si dimentica volutamente che il Cristianesimo ha gettato le radici della moderna nostra civiltà, insieme al pensiero greco e a quello latino e sì, in parte anche a quello arabo. Mediterraneo, incontro di culture. Ma mettere da parte tutto quello che il Cristianesimo ha significato per la crescita e lo sviluppo del mondo libero (stavolta non virgoletterò questa parola) in cui viviamo significa avere una visione molto miope se non ottusa. Mi riferisco in particolare a chi vuol eliminare i crocifissi e i presepi dalle scuole, le recite scolastiche con Gesù Bambino, a chi rispetta tutte le religioni tranne il Cristianesimo (cattolico), a chi non ne rispetta nessuna, alle Femen, agli ateisti, ai progressisti, a certi compagni, a certi liberisti, a chi con queste e altre mille scuse si sta dimenticando da dove viene e dove va.
Ci state facendo colonizzare culturalmente, antropologicamente, e non è una cosa da poco. Non me la prendo con i fondamentalisti islamici, me la prendo con tutti quelli che hanno aperto le porte ai fondamentalisti islamici, e non è stata l'immigrazione, non è l'assistenza ai migranti, ai richiedenti asilo, ai profughi, o ai terroristi che si spacciano per tali. Non sono tutti così quelli che arrivano qui, ne ho visti in tanti anni di soggetti che giungono facendo il Ramadan e poi lo perdono strada facendo, che pregano rivolti verso La Mecca e non bevono alcolici ma alla fine vogliono soltanto vivere bene e in pace e pregano per te che sei cristiano quando sei a casa con la febbre. Il problema, cari miei, siete voi, siamo noi, con l'atteggiamento buonista dell'accoglienza che si pesta i piedi da sé. Quando un ospite entra in casa altrui, lo fa con rispetto. Non va lì ad aprire tutte le ante e tutti i cassetti di armadi e dispense. Si siede, se ha confidenza, se non ne ha aspetta che gli si offra una sedia. Allora, il mondo è di tutti e nessuno è ospite di questo o quel Paese, ma lo è di questa o quella cultura. Entrare in una cultura è come entrare in una famiglia (e viceversa). Si fa con rispetto, assecondandone le abitudini. Poi dallo scambio può nascere qualcosa di buono, può nascere apertura, ci si può arricchire...Ma voglio vedere quanti di voi che siete aperti a tutto il mondo tranne che alla cultura di cui siete figli, arrivando un ospite a casa, anche se amico di vecchia data, pretendendo quest'ultimo che cambiaste - perché così va a lui - le vostre abitudini e quelle dei vostri figli, obbedirebbero senza colpo ferire. Avete il divano verde e lui dice: "Rosso!" - e voi lo fate rosso. Avete la tovaglia a pois e lui dice: "A righe!" - e voi la mettete a righe. Credo che l'ospite andrebbe fuori di casa dopo due minuti (se gli va bene senza conseguenze fisiche) e l'amicizia finirebbe in tronco.
Ora, la questione mediorientale e araba e islamica è davvero troppo complessa per esaurirla con un seppur lungo papiro quale quello che sto scrivendo. Per dover di cronaca farò anche accenno a tutte le responsabilità occidentali che richiederebbero una trattazione a parte. Basta che non mettiate in mezzo le Crociate. Grave, gravissima macchia sulla veste neppure troppo candida di Santa Romana Chiesa. Ma,a parte che esse furono guerre di difesa e non di aggressione a un Islam che si faceva sempre più..."espansivo", non furono guerre di religione, non erano volte a convertire i musulmani, erano volte a liberare la Terra Santa e il Santo Sepolcro dall'occupazione islamica oltre a vari altri motivi più o meno leciti. Quindi restituiamo alla Storia le sue verità, e battiamoci comunque il petto per lo scempio provocato in Siria, con Israele, in Palestina e ovunque laggiù.
Ripeto, non è questa la sede per parlare in maniera seria e approfondita di questa enorme e intricata matassa. Il punto che voglio affrontare, qui, è un altro. Che non si combatte la battaglia contro l'Islam, quello violento ovviamente, quello che mette bombe e con esse fa esplodere i propri uomini e le proprie donne o addirittura bambini, quello che decapita persone che non c'entrano niente, quello che ormai siamo abituati a conoscere tramite i mass media, con ugual moneta. Chiunque si rechi nei paesi arabi si renderà conto, Emirati a parte, di come si vive lì e di come si vive qui, questo senza negare che quella araba sia stata una civiltà grandissima e sommamente raffinata, e ci ha dato lo 0, rivoluzionando davvero anche le basi della nostra logica e della matematica e dunque di tutto il pensiero razionale, per non parlare di quello filosofico e umanistico. Ma oggi le cose sono diverse. Oggi parliamo (questo esisteva anche allora, solo che non faceva ancora scandalo) di donne sottomesse e velate (e liberissime di farlo, per carità), di condizioni igieniche molto diverse da quelle a cui siamo abituati (soprattutto noi Italiani che gridiamo allo scandalo perché appena fuori dai patri confini non troviamo il bidet), di una limitazione di pensiero che per noi sarebbe semplicemente incostituzionale, eccetera, eccetera. Eppure siamo ancora qui a togliere crocifissi dalle aule e Gesù Bambini dalle recite per non offendere la sensibilità dei bambini islamici.
A tutta questa tipologia di persone, chiederei di rinunciare a parecchi dei privilegi e dei benefici che hanno grazie a quella cultura (la propria) che offende la sensibilità di chi è arrivato qui (che poi i bambini a 'ste cose nemmeno ci badano, quindi per favore smettiamola di nasconderci dietro scuse e nient'altro che scuse). Per esempio? Non so, i contratti di lavoro? Il diritto allo sciopero, a condizioni eque di lavoro? E da dove vengono questi diritti? Dal Cristianesimo. Il nome di Don Bosco, vi dice qualcosa? Nella società latina le donne erano una quasi inutile appendice degli uomini. Esisteva la schiavitù. Quale grande rivoluzione culturale ha fatto sì che entrambi questi soggetti si emancipassero? Non mi dite, quella cristiana! E non so, la Teoria dei due Soli? Dante Alighieri? E il Codex theodosianus?
Non si combatte, lo ripeto, la battaglia contro certi esaltati che in nome della religione compiono stragi ripagandoli con la stessa moneta. La battaglia che si sta svolgendo e sui cui campi davvero in troppi stanno cadendo deve portarci ancor di più alle origini del mondo in cui viviamo e che sì, è vero, per molti versi fa proprio pena, ma quanto meno ci permette ancora di avere un barlume di libertà per quanto manipolata, di rubare senza che ci taglino le mani, di andare dal parrucchiere senza che curarsi i capelli sia un peccato, di essere visitati da un medico di sesso diverso dal nostro, di uscire in minigonna, di sposare chi ci pare e se non ci va bene mandarlo a quel paese (e personalmente non sono proprio una sostenitrice del relativismo). Ma queste cose le ha dette prima e meglio di me una certa Oriana Fallaci. La battaglia si vince anche ricordando un altro aspetto del nostro essere cristiani o del nostro essere occidentali: abbiamo abolito la legge dell'occhio per occhio, dente per dente. Noi non dobbiamo rispondere con odio all'odio. Non dico nemmeno che si debba, retoricamente, rispondere con l'amore. Si arriva a un punto in cui non è possibile, o non è facile, o entrambe le cose. Noi dobbiamo rispondere con la civiltà, con la nostra identità, con il nostro bagaglio di cultura e di leggi e di comportamenti. Quando arriveranno ancora stranieri nelle nostre terre, non accogliamoli con un'annacquata ospitalità né carne né pesce. Accogliamoli forti di chi siamo, di quello che altri hanno costruito prima di noi in tutti questi secoli e di cui siamo eredi. Facciamo a noi e a loro un favore: non diventiamo la terra in cui in tanti ormai si sentono autorizzati a gettare e far germogliare il seme della violenza. Facciamo sì che la Terra sia di tutti, e per tutti, un luogo di pace. Senza scagliarci contro chi professa una religione che ci sembra stia diventando temibile. Siamo Cristiani, noi non temiamo nulla. Se Dio è con noi, chi è contro di noi? Siamo Cristiani, e conosciamo il senso profondo del "porgere l'altra guancia", che è tutt'altro che ingenua sottomissione. Noi non vogliamo far realizzare quella profezia di huntingtoniana memoria dello "scontro di civiltà".
Solo riappropriandoci di chi siamo spegneremo i fuochi di questa guerra e di questi atti di terrore. Non importa se uno crede o si dichiara ateo o crede in chissà quale entità. Non soffermiamoci su un approccio religioso al problema.
Scendiamo più in profondità.
Capiamo che è questione di consapevolezza.
Ismi
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ars
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Il problema degli -ismi.
Scambiare bontà con buonismo.
Morale con moralismo.
Amore con romanticismo.
Sentimento con sentimentalismo.
Pace con pacifismo.
Libertà con libertinismo.
Progresso con progressismo.
Sophìa (la sapienza) con sofismo (l'apparire sapienti).
Ragione con razionalismo.
Semplicità con semplicismo.
Et cetera,
et cetera,
et cetera...
Scambiare bontà con buonismo.
Morale con moralismo.
Amore con romanticismo.
Sentimento con sentimentalismo.
Pace con pacifismo.
Libertà con libertinismo.
Progresso con progressismo.
Sophìa (la sapienza) con sofismo (l'apparire sapienti).
Ragione con razionalismo.
Semplicità con semplicismo.
Et cetera,
et cetera,
et cetera...
Riflettiamo #1
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ars
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L'amore è una cosa molto semplice..Ma spesso gli umani lo scambiano per un sacco di altre cose e così giungono a credere che sia complicato.
Non è una scelta
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ars
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Pranzo di capodanno da amici. Un caro amico mi fa: "Eppure a me dispiace che sei vegana. Io: "E perché?". Lui: "perché è come se ti fossi fatta suora". Io: "Spiegami il nesso". Lui: "So che non è così, la vocazione è vocazione, ma io la vedo come una rinuncia. Pure se vieni a pranzo non puoi partecipare a tutto".
Bé...eppure mi sono sempre impegnata al massimo per non far emergere la differenza. Per non compromettere la vita sociale. Per non far pesare agli altri la mia scelta, sebbene le loro abitudini a me pesino tantissimo. Per non scoppiare quando vedo la cucina di casa trasformata in una stanza degli orrori perché vengono ospiti o quando sono seduta a tavola e mi passa avanti di tutto con relativi odori. Due cose mi aiutano: l'essere cristianamente tollerante e il pormi un po' come Malinowski che osserva il Kula.
C'è una cosa che dopo quasi 15 anni di impegno vege-vegano sto capendo...Giorno dopo giorno mi sento sempre più lontana da un mondo che si basa sullo sfruttamento umano e animale che sia. Mi domando perché andiamo in chiesa se poi non ci poniamo nemmeno le domande più elementari. Non riesco a capire come non si riesca a capire che mentre per mangiare carne e pesce si distruggono foreste, ecosistemi, vite (animali e non...avete presenti le tribù amazzoniche? Quanti conoscono gli Ayoreo?), si inquina, tanti esseri umani muoiono di fame...Cerchiamo di fare tanto contro la fame (grandioso), però non ci diamo una svolta seria per non partecipare al sistema.
Questa non è una critica contro nessuno sia chiaro...ognuno ha il suo modo di contribuire a rendere la Terra il luogo della realizzazione del Regno, per chi ci crede, o semplicemente un posto migliore. Non sto parlando di questo. La mia riflessione è prettamente personale. Mi sento lontana da chi sente che avere attenzione verso la vita e verso il luogo in cui si vive significa "rinuncia"...come se curare la propria casa sia una rinuncia. E' necessario! Mi sento lontana da chi vede il veganesimo come un qualcosa di fuori dall'ordinario. E mi sto rendendo conto di come non si tratti di dire "vegani e carnivori/onnivori possono convivere, sono scelte e si può vivere nel reciproco rispetto". Non è questo il cuore del problema. Non sono scelte. Non è così. Anche oggi mi sono sentita ripetere per l'ennesima volta "ma io rispetto". Cosa c'è da rispettare? Non è mica una religione! Non chiedo rispetto per la mia scelta per il semplice motivo che non ho chiesto niente a nessuno né devo scusarmi o giustificarmi di averla fatta. Ogni volta che sento parlare di "rispetto per i vegani" e i vegetariani mi sento perplessa, come se fossimo un gruppo di esseri umani che esce in qualche modo dall'ordinario, dalla società. Si rispettano le minoranze, i credi...si rispettano i gusti...non si rispettano certi tipi di scelte che non hanno nulla di rispettoso...si rispetta chi è più anziano, sempre che non abusi di questa sua posizione...ma rispettare i vegani...boh! Non capisco la necessità del politically correct infilato ovunque e in tutte le salse. Ripeto, non si coglie il punto. La nostra non è una scelta. E' una presa di coscienza. E' come uno che ha passato tutta la vita a uccidere e spacciare e a un certo punto si rende conto che non può più andare avanti così. Sì, penserete che è un paragone assurdo, esagerato, perché ritenete che uccidere o spacciare droga è risaputo che non si fa. Ma non è così...tutto dipende dal luogo in cui si cresce, da come si viene educati, senza che ci ergiamo a giudici di quello che fanno gli altri. Se uno per tutta la vita, sin da quando è stato concepito (perché sì, vale anche la parte di vita in cui si sta ancora al calduccio nel grembo della mamma) ha davanti solo questi modelli, lo riterrà la cosa più normale e non si sentirà nemmeno un delinquente. Quanti delinquenti sono devoti e vanno a messa proprio perché convinti di essere dalla parte del giusto?
Si tratta di capire che siamo semplicemente stati cresciuti, educati, abituati così, la cultura in cui siamo cresciuti è questa, ma non è un dato di fatto. E' un modo di vivere, null'altro. Lo si può cambiare se lo si vuole. Non lo dico io, è antropologia: è una scienza, non esatta, ma sociale, eppure sempre scienza.
Noi a un certo punto ci siamo detti che non eravamo dalla parte del giusto. Ci siamo detti che era ora di porre una fine a questo approccio alla vita. Ci siamo detti che vogliamo una vita diversa, un mondo diverso. Che non siamo costretti a sottostare a una cultura alimentare che si basa sulla violenza solo perché siamo in fondo cresciuti così e si fa così da millenni (che poi anche di questo si dovrebbe discutere). Quindi non è questione di scelte, no davvero, ma di prese di coscienza. Se si rispetta la presa di coscienza...bé io questo non l'ho mai sentito. Di solito la si ammira o la si deride, secondo i punti di vista, ma non è questione di rispetto, non è un'opinione.
Non siamo qui a fare una guerra...o dei campanilismi...mi fa ridere che esistano gruppi Facebook come "Le ca***** dei vegetariani" o "Le ca****** dei carnivori" (credo nato in risposta al primo). Piuttosto siamo qui per chiederci "Che cosa devo fare di buono?". Una certa persona dice che dovremmo chiederci "che bene c'è?" ed è una domanda che mi pongo anche io da anni, da sempre, credo di averla scritta anche in qualche diario delle superiori ai tempi in cui ancora non esistevano i blog e Facebook e compagnia bella. "Che bene c'è" nell'uccidere? "Che bene c'è" nel costringere la terra a non produrre o a produrre per gli animali e non per gli uomini? "Che bene c'è" a far nascere animali per poi costringerli, dopo averli fatti soffrire, a morire anzitempo e in modo barbaro? "Che bene c'è" a pensare allo sviluppo sostenibile del pianeta come se non fosse affar nostro? "Che bene c'è" a collocarci in fazioni piuttosto che a fare serie riflessioni? "Che bene c'è" a cercare se la Bibbia da qualche parte dice che è lecito uccidere quando Gesù Cristo ha parlato in maniera molto semplice? Nella Bibbia vige anche la legge del taglione, applichiamo pure quella? Oppure diventiamo evangelici e ci rifacciamo solo al Nuovo Testamento?
Madre Teresa diceva che la santità non è un lusso, ma una necessità. Bene, per noi intervenire in questa maniera rispetto al pianeta, rispetto alla vita, non è un lusso, non è una moda, non è un modo per sentirci migliori, diversi, a posto con la coscienza. E' una necessità. Che non va rispettata. La vita va rispettata. Il rispetto è qualcosa che in qualche modo ha a che fare con la sacertà: l'anziano, le donne, i bambini....Sacer, sacro, era colui il quale, nella società romana, era sottoposto a una giurisdizione straordinaria e come tale sottratto al giudizio comune. Si rispetta quello che fondamentalmente è in qualche modo "intoccabile" perché si colloca su un piano differente. Spesso purtroppo diventa una facciata, ma appunto, a noi non interessa del politically correct. E' una riflessione di vita, e come tale al massimo va accolta. Ma non ci pone "in alternativa a" o "in contrapposizione a" o "in sostituzione di" o "sopra qualcuno" o "contro qualcuno"...noi siamo solo a favore. A favore della vita, a favore dell'uomo, a favore degli animali, a favore dell'Amore.
Bé...eppure mi sono sempre impegnata al massimo per non far emergere la differenza. Per non compromettere la vita sociale. Per non far pesare agli altri la mia scelta, sebbene le loro abitudini a me pesino tantissimo. Per non scoppiare quando vedo la cucina di casa trasformata in una stanza degli orrori perché vengono ospiti o quando sono seduta a tavola e mi passa avanti di tutto con relativi odori. Due cose mi aiutano: l'essere cristianamente tollerante e il pormi un po' come Malinowski che osserva il Kula.
C'è una cosa che dopo quasi 15 anni di impegno vege-vegano sto capendo...Giorno dopo giorno mi sento sempre più lontana da un mondo che si basa sullo sfruttamento umano e animale che sia. Mi domando perché andiamo in chiesa se poi non ci poniamo nemmeno le domande più elementari. Non riesco a capire come non si riesca a capire che mentre per mangiare carne e pesce si distruggono foreste, ecosistemi, vite (animali e non...avete presenti le tribù amazzoniche? Quanti conoscono gli Ayoreo?), si inquina, tanti esseri umani muoiono di fame...Cerchiamo di fare tanto contro la fame (grandioso), però non ci diamo una svolta seria per non partecipare al sistema.
Questa non è una critica contro nessuno sia chiaro...ognuno ha il suo modo di contribuire a rendere la Terra il luogo della realizzazione del Regno, per chi ci crede, o semplicemente un posto migliore. Non sto parlando di questo. La mia riflessione è prettamente personale. Mi sento lontana da chi sente che avere attenzione verso la vita e verso il luogo in cui si vive significa "rinuncia"...come se curare la propria casa sia una rinuncia. E' necessario! Mi sento lontana da chi vede il veganesimo come un qualcosa di fuori dall'ordinario. E mi sto rendendo conto di come non si tratti di dire "vegani e carnivori/onnivori possono convivere, sono scelte e si può vivere nel reciproco rispetto". Non è questo il cuore del problema. Non sono scelte. Non è così. Anche oggi mi sono sentita ripetere per l'ennesima volta "ma io rispetto". Cosa c'è da rispettare? Non è mica una religione! Non chiedo rispetto per la mia scelta per il semplice motivo che non ho chiesto niente a nessuno né devo scusarmi o giustificarmi di averla fatta. Ogni volta che sento parlare di "rispetto per i vegani" e i vegetariani mi sento perplessa, come se fossimo un gruppo di esseri umani che esce in qualche modo dall'ordinario, dalla società. Si rispettano le minoranze, i credi...si rispettano i gusti...non si rispettano certi tipi di scelte che non hanno nulla di rispettoso...si rispetta chi è più anziano, sempre che non abusi di questa sua posizione...ma rispettare i vegani...boh! Non capisco la necessità del politically correct infilato ovunque e in tutte le salse. Ripeto, non si coglie il punto. La nostra non è una scelta. E' una presa di coscienza. E' come uno che ha passato tutta la vita a uccidere e spacciare e a un certo punto si rende conto che non può più andare avanti così. Sì, penserete che è un paragone assurdo, esagerato, perché ritenete che uccidere o spacciare droga è risaputo che non si fa. Ma non è così...tutto dipende dal luogo in cui si cresce, da come si viene educati, senza che ci ergiamo a giudici di quello che fanno gli altri. Se uno per tutta la vita, sin da quando è stato concepito (perché sì, vale anche la parte di vita in cui si sta ancora al calduccio nel grembo della mamma) ha davanti solo questi modelli, lo riterrà la cosa più normale e non si sentirà nemmeno un delinquente. Quanti delinquenti sono devoti e vanno a messa proprio perché convinti di essere dalla parte del giusto?
Si tratta di capire che siamo semplicemente stati cresciuti, educati, abituati così, la cultura in cui siamo cresciuti è questa, ma non è un dato di fatto. E' un modo di vivere, null'altro. Lo si può cambiare se lo si vuole. Non lo dico io, è antropologia: è una scienza, non esatta, ma sociale, eppure sempre scienza.
Noi a un certo punto ci siamo detti che non eravamo dalla parte del giusto. Ci siamo detti che era ora di porre una fine a questo approccio alla vita. Ci siamo detti che vogliamo una vita diversa, un mondo diverso. Che non siamo costretti a sottostare a una cultura alimentare che si basa sulla violenza solo perché siamo in fondo cresciuti così e si fa così da millenni (che poi anche di questo si dovrebbe discutere). Quindi non è questione di scelte, no davvero, ma di prese di coscienza. Se si rispetta la presa di coscienza...bé io questo non l'ho mai sentito. Di solito la si ammira o la si deride, secondo i punti di vista, ma non è questione di rispetto, non è un'opinione.
Non siamo qui a fare una guerra...o dei campanilismi...mi fa ridere che esistano gruppi Facebook come "Le ca***** dei vegetariani" o "Le ca****** dei carnivori" (credo nato in risposta al primo). Piuttosto siamo qui per chiederci "Che cosa devo fare di buono?". Una certa persona dice che dovremmo chiederci "che bene c'è?" ed è una domanda che mi pongo anche io da anni, da sempre, credo di averla scritta anche in qualche diario delle superiori ai tempi in cui ancora non esistevano i blog e Facebook e compagnia bella. "Che bene c'è" nell'uccidere? "Che bene c'è" nel costringere la terra a non produrre o a produrre per gli animali e non per gli uomini? "Che bene c'è" a far nascere animali per poi costringerli, dopo averli fatti soffrire, a morire anzitempo e in modo barbaro? "Che bene c'è" a pensare allo sviluppo sostenibile del pianeta come se non fosse affar nostro? "Che bene c'è" a collocarci in fazioni piuttosto che a fare serie riflessioni? "Che bene c'è" a cercare se la Bibbia da qualche parte dice che è lecito uccidere quando Gesù Cristo ha parlato in maniera molto semplice? Nella Bibbia vige anche la legge del taglione, applichiamo pure quella? Oppure diventiamo evangelici e ci rifacciamo solo al Nuovo Testamento?
Madre Teresa diceva che la santità non è un lusso, ma una necessità. Bene, per noi intervenire in questa maniera rispetto al pianeta, rispetto alla vita, non è un lusso, non è una moda, non è un modo per sentirci migliori, diversi, a posto con la coscienza. E' una necessità. Che non va rispettata. La vita va rispettata. Il rispetto è qualcosa che in qualche modo ha a che fare con la sacertà: l'anziano, le donne, i bambini....Sacer, sacro, era colui il quale, nella società romana, era sottoposto a una giurisdizione straordinaria e come tale sottratto al giudizio comune. Si rispetta quello che fondamentalmente è in qualche modo "intoccabile" perché si colloca su un piano differente. Spesso purtroppo diventa una facciata, ma appunto, a noi non interessa del politically correct. E' una riflessione di vita, e come tale al massimo va accolta. Ma non ci pone "in alternativa a" o "in contrapposizione a" o "in sostituzione di" o "sopra qualcuno" o "contro qualcuno"...noi siamo solo a favore. A favore della vita, a favore dell'uomo, a favore degli animali, a favore dell'Amore.
Aforismi (scopiazzati)
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ars
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La solitudine ci da la libertà da qualcuno, l'Amore ci da la libertà insieme a qualcuno.
Chiunque essi siano...
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ars
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Che siano le persone che amate.
Che siano quelle che vi vogliono bene.
Che siano quelle che, nonostante tutti i vostri sforzi cristiani, proprio vi restano antipatiche e a dire la verità se foste stati Dio non le avreste mai fatte arrivare su questo pianeta.
Che siano interessanti o noiose, affascinanti o indifferenti...che le abbiate incontrate per due minuti o per una vita...
Ricordate sempre che ogni incontro ha uno scopo. Gli altri esistono per un motivo ben più grande delle nostre simpatie o antipatie, dei nostri bisogni o interessi...
Esistono perché ciascuno di noi impari ad amare.
Quelli che amiamo, i nostri cari, la nostra famiglia, la persona di cui ci innamoriamo, ci insegnano l'amore della tenerezza e dell'altruismo gratuito.
Quelli che non sopportiamo ci insegnano l'amore che si fa sacrificio e dolore.
Quelli con cui ci divertiamo ci insegnano l'amore lieto e spensierato e leggero.
Quelli con cui ridiamo ci insegnano l'amore gioioso e quelli con cui piangiamo ci insegnano l'amore compassionevole.
Quelli ai quali teniamo ci insegnano l'amore del dono.
Quelli che tengono a noi ci insegnano l'amore verso la nostra esistenza.
Quelli che ci respingono ci insegnano l'amore umile, e quelli che ci lodano altrettanto. Chi ci annoia ci insegna l'amore paziente, chi ci attira l'amore spontaneo. Il debole ci insegnerà l'amore di padre e madre, chi è forte l'amore che si scopre bisognoso e sa chiedere.
Chiunque ci insegnerà un piccolo pezzetto di amore...che messo insieme agli altri ci mostrerà qual è il vero Amore.
Impariamo a guardare a chiunque incontriamo con questo spirito. Capiremo che non c'è sorriso, risata, litigio, offesa, riconciliazione, gentilezza o altro gesto, nè incontro alcuno che non trovi il suo senso perfetto e compiuto proprio così com'è. Nell'Amore.
Che siano quelle che vi vogliono bene.
Che siano quelle che, nonostante tutti i vostri sforzi cristiani, proprio vi restano antipatiche e a dire la verità se foste stati Dio non le avreste mai fatte arrivare su questo pianeta.
Che siano interessanti o noiose, affascinanti o indifferenti...che le abbiate incontrate per due minuti o per una vita...
Ricordate sempre che ogni incontro ha uno scopo. Gli altri esistono per un motivo ben più grande delle nostre simpatie o antipatie, dei nostri bisogni o interessi...
Esistono perché ciascuno di noi impari ad amare.
Quelli che amiamo, i nostri cari, la nostra famiglia, la persona di cui ci innamoriamo, ci insegnano l'amore della tenerezza e dell'altruismo gratuito.
Quelli che non sopportiamo ci insegnano l'amore che si fa sacrificio e dolore.
Quelli con cui ci divertiamo ci insegnano l'amore lieto e spensierato e leggero.
Quelli con cui ridiamo ci insegnano l'amore gioioso e quelli con cui piangiamo ci insegnano l'amore compassionevole.
Quelli ai quali teniamo ci insegnano l'amore del dono.
Quelli che tengono a noi ci insegnano l'amore verso la nostra esistenza.
Quelli che ci respingono ci insegnano l'amore umile, e quelli che ci lodano altrettanto. Chi ci annoia ci insegna l'amore paziente, chi ci attira l'amore spontaneo. Il debole ci insegnerà l'amore di padre e madre, chi è forte l'amore che si scopre bisognoso e sa chiedere.
Chiunque ci insegnerà un piccolo pezzetto di amore...che messo insieme agli altri ci mostrerà qual è il vero Amore.
Impariamo a guardare a chiunque incontriamo con questo spirito. Capiremo che non c'è sorriso, risata, litigio, offesa, riconciliazione, gentilezza o altro gesto, nè incontro alcuno che non trovi il suo senso perfetto e compiuto proprio così com'è. Nell'Amore.
Il carnevale dei morti
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ars
on sabato 8 novembre 2014
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Passato Halloween da una settimana, ne voglio parlare. In
realtà sono tante le cose di cui avrei voluto parlare ma, ahimè, il tempo è
tiranno più di Pisistrato. Dicevo, Halloween. Sinceramente è una cosa che non
capisco. La solita americanata d'importazione di cui non si capisce nemmeno il
senso. Da un paio di anni i bambini vengono a bussare alla porta e io, che sono
notoriamente cattivissima (!), non apro. In realtà sbaglio. Dovrei aprire e
attaccare un pippone spiegando loro le mie spiegazioni. Il che da un lato li
farebbe scappare, dall'altro è un po' una cosa temibile, con 'sta storia del
"dolcetto o scherzetto". Cioè, i bambini di adesso se fanno uno
scherzo ci van giù pesante, con tutto quel che si sente in giro! Luoghi comuni
a parte, anzi, a proposito di luoghi comuni, vorrei capire perché anche da noi
questa data è diventata un luogo comune. Nella mia città è usanza che i bambini
ricevano, il giorno dei morti, una calza coi dolci, quelle che altrove si
regalano alla Befana (o Epifania che dir si voglia). E già dunque da qui non
vedo il senso di bussare a tutte le porte per ricevere dolci, visto che già ne
ricevono in quantità. Magari in altre città è una novità carina, da noi è solo
un'alternativa che magari farà risparmiare un po' di soldi e forse tempo ai
genitori. Ma poi non capisco la carnevalata. Sentivo mamme, nei giorni
precedenti, che dicevano ai bimbi di andare a comprare il costume per
Halloween. Dico, nemmeno sanno il significato della parola
"Halloween", che in italiano suona come "vigilia di tutti i
santi". Dunque nè più nè meno di quello che usiamo fare qui da secoli:
festeggiare i santi. Mi atterrò alla sola tradizione cristiana, senza
incagliarmi nelle solite discussioni antropologicoculturalstoriciste
dell'origine pagana di ogni festa eccetera. Quindi mi domando: ma lo sanno,
queste mamme, che cosa stanno celebrando? o è solo un carnevale fuori stagione?
Non capisco il senso di importare una festa quando già c'è una festa senza
nemmeno capire il significato, nè di quella autoctona, nè di quella di
importazione. Non va meglio in ambito cristiano dove, per reazione uguale e
contraria, si è cominciato a mascherare i bambini da santi. Un carnevale
cristiano, ma sempre un carnevale, e a mio avviso pure un po' triste e inutile,
perché invece di presentare 'sti santi come persone che hanno realizzato un
ideale di vita, condivisibile o meno, ma indubbiamente difficile (provate un
po' a vivere da santi!), li si presenta come i personaggi di una parata in
maschera. Mah. Poi c'è chi prega e veglia per controbilanciare i riti oscuri
che verrebbero celebrati in questa notte, e qui a ognuno le sue credenze. Poi,
finito Halloween e le sue festicciole, che cosa resta? Un tempo si usava
commemorare i defunti. ora è solo un carnevale, o rischia di diventarlo. Anzi,
per di più si sovrappongono i due momenti, perché Halloween è anche una sorta
di carnascialesca notte dei morti viventi. Il senso di questa festa, senso
cristiano ma, perché no, anche pagano, intendendo quel legame tra l'uomo e la
natura tanto forte nelle culture pagane, quell'idea che il tempo è un ciclo che
si apre e si chiude per poi riaprirsi e così la vita e la morte che si
susseguono incessanti, è che i vivi si ricongiungono ai morti, di cui non
perisce la memoria, ma resta vivo non solo il ricordo, ma anche lo spirito. Non
è una serata di festa per giocare e mangiare dolcetti e fare scherzetti o
altro. E' un momento forte, importante, un momento di riflessione sulla vita,
sul suo senso, e anche sul senso della morte, che più di ogni altra cosa ci
permette di comprendere quanto sia importante usare bene il tempo di questa
vita, il non sprecarlo. Per i cristiani che, pare, si sono indebitamente
appropriati di questa festa, è anche il tempo per ricordare quelle persone che
si sono distinte per particolari virtù il che, a mio avviso, non è un male,
checché ne dicano i detrattori di questa religione. E' un tempo per riflettere
su come siamo sempre tutti legati, vivi, defunti, in un unico Spirito, che
qualcuno chiama Dio e qualcun altro ricordo e memoria. E novembre, che ha un
nome e un sapore così dolce, quello della dolce malinconia e non del lutto e
del pianto, novembre, che porta con sè la dolcezza della pioggia e del primo
freddo che prelude all'inverno in cui il buio non riesce ad avere l'ultima
parola perché, si sa, dopo il solstizio la luce torna a vincere, novembre, con
la tenera mestizia delle foglie che cadono, è tempo di raccoglimento, quel
raccoglimento che poi si trasformerà in raccolta, e non di mascherate senza quid. Lo dice una persona per cui non sarebbe scandalo
mascherarsi tutto l'anno, se a qualcuno va. Non c'è niente di male a dar spazio
al proprio lato più giocoso, che importa se sia carnevale o meno? Ma ridiamo a
quei due giorni il valore che meritano. La morte nella nostra società è così
esorcizzata. Relegata negli ospedali e al dolore personale. Ridotta a momento
di pianto che però deve durare il meno possibile perché la vita (giustamente)
va avanti, e ci sono lo svago e le ferie. Svuotata del suo senso profondo, di
apertura a nuova vita, alla Vita vera. Adesso, perché sostituirla addirittura
con un carnevale? E perché dimenticare che questo è anche tempo di riflessione
sulle grandi figure che ci hanno preceduto o che sono fra noi, che li chiamiamo
santi, eroi, o semplicemente amici? Perché ridurre sempre tutto a un carnevale,
a una festa, a un gioco? Giocare è bellissimo, ma è sempre opportuno? Dove
sarebbe la differenza, se fosse ogni giorno il nostro compleanno, o ogni giorno
domenica, o ogni giorno Natale? Persino Dio di è riservato un giorno solo, la
domenica per i cristiani, il sabato per gli ebrei, il venerdì per i musulmani.
Invece l'uomo si riserva ogni momento possibile o meglio, si illude di
riservarsi, perché se uno non riflette mai su sè stesso, su quello che è, sul
senso del suo destino, allora non sa nemmeno chi è, e se non sa chi è, è come
se fosse già morto. Il giorno dei santi e quello dei morti non sono una festa e
una commemorazione triste, anzi, dovrebbero ispirare grande gioia. Non serve
sostituirle con maschere. Non serve esorcizzare, non serve dimenticare. E
soprattutto, non serve copiare e trasformare ogni cosa in senso commerciale. Il
Natale, San Valentino, Halloween...tutto un pretesto per far spendere soldi
alla gente. Magari dei santi e dei morti non ve ne importa niente...ma almeno,
imparate a pensare con la vostra testa. Così non avrete più bisogno di maschere
e mascherate.