Le notizie di questi ultimi giorni mi stanno lasciando profondamente perplessa. Siamo tutti con le vittime, ma probabilmente vittime anche (non voglio dire di sé stesse sennò si alza un polverone) di un (mal) modo di vivere ormai talmente diffuso da risultare normale.
E invece di normale non c'è niente.
Non è normale morire a 35 anni perché si viene uccise da uno sconosciuto con cui si è "passata" la notte. Ma a monte, non è normale passare la notte con uno sconosciuto.
Non è normale morire di aborto a 19 anni. Ma a monte, non è normale abortire perché si prende una medicina dermatologica (anche se avrei messo il punto dopo abortire, per quanto mi riguarda).
Non è normale che uno contagi un sacco di gente sapendo di avere l'HIV. Ma a monte, non è normale che si possa andare con una persona di cui a stento si sa il nome!
Grazie a Dio sono abbastanza incosciente da non preoccuparmi di sentirmi esclusa dalla normalità sociale, soprattutto quando quella "normalità" non rispecchia affatto quel che ritengo normale io.
La gente grida allo scandalo sul bigottismo della Chiesa sulla questione prematrimoniale. A parte che non è una cosa della Chiesa cattolica, ma anche di altre religioni. C'è chi dice che è questione di maschilismo, di possesso e sottomissione della donna che non può essere libera ecc.
Non so, io lo chiamo buonsenso. Non ne faccio una questione morale (per quanto mi riguarda questa parola conserva un senso importante ma capisco che possa non essere terreno di dialogo comune) e nemmeno di religione, ma di banale necessità di tornare ad avere rispetto del proprio e altrui corpo, della vita, della dignità e della preziosità di ciascuno.
Evidentemente c'è proprio un'urgenza di tornare a capire che c'è un tempo per ogni cosa, e un tipo di relazione per ogni cosa. E' stato tutto così banalizzato, persino le cose più belle e, di contro, persino il male; è stata così banalizzata la vita, che la si può perdere in maniera assolutamente sconcertante.
Una volta esisteva il concetto che per arrivare ad avere una relazione intima con qualcuno ci si doveva sposare. Poi lo sappiamo, le brutture avvenivano comunque, gli aborti clandestini c'erano comunque...ma c'era un dissenso sociale intorno a certe cose. Oggi non solo avvengono, ma avvengono alla luce del sole e mi domando come possa essere meglio. E' stato solo un dire: "Ok, queste cose esistono, invece di sradicarle, invece di educare le persone e soprattutto i più giovani ad avere un senso della vita che sappia di verità, giustizia e bellezza, legalizziamo tutto, permettiamo tutto, rendiamo tutto assolutamente lecito e normale". Questo, è stato fatto, altro che libertà.
Relazionarsi con le persone secondo la giustizia che il legame che abbiamo con esse ci impone, non è una formalità o uno stile di vita retrò o bacchettone. Una persona la si deve conoscere, nella sua completezza, nella sua profondità, nelle sue contraddizioni, per sceglierla consapevolmente e farsi consapevolmente dono reciproco. Non si può essere tanto superficiali prima per poi piangere dopo.
Continuo e continuerò sempre a pensare, qualsiasi svolta possa mai prendere la mia esistenza, qualsiasi persona mai io possa diventare, che quel messaggio di purezza che sempre il Vangelo ci propone non è un bigottismo fine a sé stesso, ma un messaggio di gioia e vera pace. Imparare a crescere nella purezza di cuore, di vita, di intenzioni, è liberante, molto più di tutte queste chimere che soggiogano alla schiavitù di una morte che purtroppo, in alcuni casi, non è nemmeno solo figurata o spirituale, ma tremendamente concreta.
Giacarta, Beirut o Parigi?
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ars
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Oggi non siamo tutti indonesiani?
Non è una provocazione.
Voglio solo ricordare che quanti hanno gridato allo scandalo perché non si parlava dei libanesi nei giorni di Parigi, oggi quasi non degnano di nota la notizia di questi morti. E sì che i morti poi diciamo che non hanno bandiera.
E' così. Siamo umani, accettiamolo. L'aver messo una bandiera francese sulla propria pagina non ha sminuito la gravità e l'importanza di quanto avvenuto in Libano il 12 novembre, ma è psicologicamente ovvio che Parigi abbia scosso maggiormente di Beirut. Il paradosso è che non ci tocca Giacarta, che invece ha una certa storia di democrazia alle spalle. E sapete perché? Perché è lontana, perché non è a casa nostra!
Basta quindi col fare ideologie...Quel che è vicino ci tocca di più, qualsiasi cosa ci tocca in maniera direttamente proporzionale alla distanza. Le notizie viaggiano così, a dimostrazione che i libanesi non valevano meno dei parigini.
O forse a dimostrazione che non è questione di essere libanesi o indonesiani, ma che noi abbiamo una prospettiva occidentalocentrica e in base a questa filtriamo le notizie.
In ogni caso, mi aspettavo che le tante voci fuori dal coro di allora oggi facessero lo stesso con le persone morte nel centro di Giacarta perché i terroristi volevano imitare Parigi.
Non è allora che la colpa di questi due pesi e due misure sia nel dover a tutti i costi ideologizzare ogni cosa?
E magari se ci liberassimo delle ideologie, anche di quelle nascoste, quelle che ci fanno sentire o apparire fighi e impegnati, resterebbe molta più verità, e molta più fratellanza nei rapporti umani...visto che sono proprio le ideologie che stanno mandando a pezzi il mondo.
Non serve fare gli impegnati su FB se poi non ci si impegna concretamente nell'abbattere questi mostri e, anzi, magari inconsapevolmente li si alimenta.
Non abbiamo bisogno di ideologie, ma di idee.
Non è una provocazione.
Voglio solo ricordare che quanti hanno gridato allo scandalo perché non si parlava dei libanesi nei giorni di Parigi, oggi quasi non degnano di nota la notizia di questi morti. E sì che i morti poi diciamo che non hanno bandiera.
E' così. Siamo umani, accettiamolo. L'aver messo una bandiera francese sulla propria pagina non ha sminuito la gravità e l'importanza di quanto avvenuto in Libano il 12 novembre, ma è psicologicamente ovvio che Parigi abbia scosso maggiormente di Beirut. Il paradosso è che non ci tocca Giacarta, che invece ha una certa storia di democrazia alle spalle. E sapete perché? Perché è lontana, perché non è a casa nostra!
Basta quindi col fare ideologie...Quel che è vicino ci tocca di più, qualsiasi cosa ci tocca in maniera direttamente proporzionale alla distanza. Le notizie viaggiano così, a dimostrazione che i libanesi non valevano meno dei parigini.
O forse a dimostrazione che non è questione di essere libanesi o indonesiani, ma che noi abbiamo una prospettiva occidentalocentrica e in base a questa filtriamo le notizie.
In ogni caso, mi aspettavo che le tante voci fuori dal coro di allora oggi facessero lo stesso con le persone morte nel centro di Giacarta perché i terroristi volevano imitare Parigi.
Non è allora che la colpa di questi due pesi e due misure sia nel dover a tutti i costi ideologizzare ogni cosa?
E magari se ci liberassimo delle ideologie, anche di quelle nascoste, quelle che ci fanno sentire o apparire fighi e impegnati, resterebbe molta più verità, e molta più fratellanza nei rapporti umani...visto che sono proprio le ideologie che stanno mandando a pezzi il mondo.
Non serve fare gli impegnati su FB se poi non ci si impegna concretamente nell'abbattere questi mostri e, anzi, magari inconsapevolmente li si alimenta.
Non abbiamo bisogno di ideologie, ma di idee.
La virtù della liquidità
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ars
on giovedì 26 novembre 2015
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Stavo facendo una riflessione sul concetto di società liquida di Zygmunt Bauman e su quanto e come la liquidità sia passata da concezione a valore. Io non ho un carattere testardo ma, essendo esso particolarmente speculativo, quando arrivo a una conclusione difficilmente cambio idea perché frutto di un percorso di valutazioni approfondite. Alcuni frettolosamente scambiano questo per testardaggine. Anni fa un'esperienza di vita mi ha mostrato proprio come sia cambiata la nostra scala di valori. Fino a qualche tempo fa essere decisi e risoluti era segno di carattere, e avere carattere era una cosa buona. Poi ho visto come, sempre più, questo "carattere", questa capacità decisionale e valutativa, sia diventata un difetto, addirittura qualcosa in grado di minare le relazioni. Si è passati ad avere una necessità sempre maggiore di accomodamento e di mediazione, in poche parole, a dover essere liquidi, flessibili, senza una posizione e una collocazione precisa per non rischiare di diventare automaticamente schierati in qualche fazione a cui nemmeno si sente di appartenere. Dicevo, la cosa è diventata un valore. Sì, non siamo più nell'alveo delle categorie descrittive, della presa di coscienza che "questa è una società liquida"; ma nella necessità di essere liquidi, altrimenti si è socialmente inadeguati. Non voglio esprimermi oltre, perché guardare le cose da un asteroide dà un'altra prospettiva. Mi sembra di intravedere dove tutto questo ci stia portando, ma per il momento lo tengo per me anche perché la cosa richiederebbe una trattazione lunga e appropriata, e non si può fare nello spazio di un blog. Ma è già tutto sotto i nostri occhi.
La metafisica del Bene
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ars
on domenica 22 novembre 2015
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Posso dirlo? Da credente, lo dico. Sono stanca di religione. Lo dico da persona che studia, o meglio, cerca di capire, di informarsi, la teologia, la dottrina che c'è questa benedetta fede che mi è stata data, che non ho comprato, che non ho cercato, che a volte credo di non avere e invece è sempre lì, anche quando mi sembra assurdo che ci sia. E' proprio vero che la fede è un dono che va accolto, nel mio caso è un dono che custodisco molto gelosamente, mica un dono facile ma che, anzi, spesso mette in crisi, che provoca meraviglia e tensione, stupore e incertezza (alla faccia delle certezze della fede). E così, per tanto tempo, per tante volte, l'ho difesa contro i tanti attacchi ricevuti, spiegandone le ragioni, perché anche la fede ha una sua ragione. L'ho difesa quando veniva messa alla stregua di cose che non c'entravano, quando veniva confusa con un generico "cristianesimo". Sono una che combatte, per questa fede, anzi, per quel Dio, per quel Gesù che amo, a volte ho mandato gente a quel paese - anche se non è nel mio stile - quando ha offeso come convinzioni di una deficiente non me, non le cose in cui IO credo, ma una Persona che amo. Ho perso amori, amicizie, certezze, forse anche la stima di alcuni per questo. Ma mai mi sognerei di combattere con le armi per convertire chi non la pensa come me, nonostante l'amore smisurato verso questa Persona una e trina. Per questo mi piacerebbe, oggi lo dico perché sono stanca di tanto sangue, di tanto odio, di tanto razzismo, di tanta xenofobia (attenzione: non solo da parte occidentale! Proprio l'altro giorno sono stata insultata da una persona con cui lavoro che è razzista con "i bianchi"!) e magari quando sarò meno stanca non lo penserò più, chissà...Mi piacerebbe, dicevo, un mondo in cui la religione non sia così importante...Deve esserlo per comprendere meglio Dio, per pregare tutti insieme, per condividere una fede piuttosto che un'altra; sicuramente non può unire perché, senza prenderci in giro, è ovvio che quando si parla di Gesù e di Eucarestia e di Croce non c'è una comunanza concettuale con quanti parlano di Profeta o di Nirvana o di Shabbat. Si è su posizioni profondamente diverse. Ma diciamo anche che alla persona comune tutto questo non interessa, in fondo tutto quello che vogliamo è vivere in pace; è vero che vivere in pace presuppone una comunanza di valori, e che questi valori li fa pure la religione perché, ad esempio, un cristiano mormone può avere più mogli così come alcuni musulmani mentre un cristiano cattolico no, e quando già non c'è accordo su queste cose, che implicano altri discorsi come il maschilismo e il femminismo, la dignità della donna ecc. non illudiamoci che sulla religione vi possa essere pace. Non vi è stata pace nemmeno quando Gesù in persona lo ha detto, anzi, quando Dio fattosi persona (sono cattolica, perdonatemi) in Gesù il Cristo lo ha rivelato. Per cui smettiamola di combattere la religione islamica, in fondo a noi della religione non interessa una benemerita cippa, altrimenti tanto zelo lo metteremmo facendo quanto la nostra religione ci dice. Penso che dovremmo combattere la religione in sé, non come fede, precisiamolo, ma quando si fa politica, quando si fa guerra, quando si fa abbattimento dei diritti umani. Questo è il vero problema. Se la religione deve diventare politica, fazione, partito, stiamo inquinando anche il senso del sacro che a questo mondo farebbe tanto bene recuperare. Cerchiamo di avere più fede e meno religione, più amore e meno culti, più senso della verità e dei valori e meno perbenismi. Poi viene la religione, le liturgie, le regole. Non servono regole da seguire, servono cuori, servono esseri umani, educati al Bene. Fin quando non si tornerà a un grande discorso filosofico e metafisico sul Bene credo che saremo sempre più alla deriva, ideologicamente, spiritualmente e anche fisicamente. In barba a chi crede che la religione sia sovrastruttura, che prima viene il soddisfacimento di bisogni primari come il mangiare e il riprodursi. Questa cosa della struttura e della sovrastruttura ha svuotato l'uomo proprio perché ha ridotto l'Amore e ogni discorso sul Bene e sul Vero a qualcosa di secondario. Passare dalla sintesi alla lotta di classe è stato un altro grave errore, perché non è con la lotta che si supera il conflitto, non è nemmeno con l'accoglienza e il volemosebbene annacquato, ma è solo con il recupero del concetto di umanità nella sua interezza, umanità fatta di strutture e di sovrastrutture, di fisico - e fisica - e pensiero, di corpo e di spirito, posti in un confronto dialettico e sintetico. Quello che accade oggi è proprio il parossismo del ricucire tale strappo con questa isteria della religione che, rovescio di una medaglia che vede l'uomo solo come carne, pensa all'essere umano solo in termini di spirito e necessità di conversione, peraltro non del cuore - fatto anche lui di carne - ma del pensiero.
Abbiamo perso il conto
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ars
on domenica 15 novembre 2015
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Purtroppo ci sono stati i morti di Beirut insieme a quelli francesi. Però stavolta non credo c'entri (soltanto) la preferenza che si accorda ai morti in casa propria rispetto a quelli più lontani. A proposito di questo, lo dicevo tempo fa. Chiunque operi come giornalista o operatore della comunicazione sa bene che esistono dei "criteri di notiziabilità", per cui le cose che accadono più vicine a noi hanno più evidenza di altre. Un po' mi meraviglia che non venga compresa questa cosa: è lo stesso motivo per cui si piange il parente morto ma non il morto che non si conosce. E' umano che sia così: altrimenti, se non vogliamo davvero essere ipocriti, dovremmo passare la vita a piangere, perché nel mondo si muore continuamente. Non è questione di insensibilità: è che nella vita bisogna anche ridere. E ve lo dice una che ieri ha pianto il vicino di casa incrociato in 7 anni e mezzo al massimo tre volte e del tutto sconosciuto. E che ancora ha il cuore triste per questo. Ve lo dice una che sa di rasentare i limiti dell'ipersensibilità. Torniamo però alla notizia. E' pur vero che giornalisti e compagnia bella avrebbero il dovere di non far pesare alcune cose meno di altre ma, lo abbiamo detto, la vita funziona così. Quello che ha lasciato davvero sgomenti, qui, non è stata la nazionalità dei morti. Di Charlie Hebdo ci siamo dimenticati abbastanza in fretta, l'11 marzo pochi lo collegherebbero alla data di una strage, gli stessi che ricordano ancora che una bomba esplose nelle metro di Madrid e Londra. L'11 settembre invece riecheggia ancora nelle nostre menti: sapete perché?
Quanto è successo a Parigi l'altra sera, nei fatti, è uguale a quanto accaduto a Beirut: morti, uccisi, violenza. Quello che ha davvero impressionato è stata la modalità: venire colpiti nel bel mezzo della propria quotidianità in un modo imprevedibile (come a New York). Per questo motivo l'11 settembre e il 13 novembre e spero nessun'altra data verranno ricordati per l'aver rotto qualcosa nei nostri cuori e nelle nostre certezze. Quindi, per una volta, non credo che c'entrino l'ipocrisia, o la preferenza, ma le conseguenze sociali e antropologiche che inevitabilmente questa cosa riuscirà ad avere. Detto questo, ricorderei anche i morti silenziosi di oggi, di ieri, di domani e di sempre, perché oltre a Beirut e a Parigi, a New York e ai cieli di Sharm, ci sono tante guerre nel mondo in questo momento, molte collegate proprio all'IS. Ogni giorno, svegliandoci e ringraziando Dio di avere un altro giorno di vita in questa opulenta e marcia ma libera società occidentale (guarda caso, cristiana, ma non lo dico in contrapposizione all'Islam, bensì a una certa Europa), rivolgiamo una preghiera per tutta questa gente, senza fare proclami, senza clamore, senza nemmeno rimarcare le bandiere di appartenenza, visto che sarebbero così tante da perderne il conto.
Quanto è successo a Parigi l'altra sera, nei fatti, è uguale a quanto accaduto a Beirut: morti, uccisi, violenza. Quello che ha davvero impressionato è stata la modalità: venire colpiti nel bel mezzo della propria quotidianità in un modo imprevedibile (come a New York). Per questo motivo l'11 settembre e il 13 novembre e spero nessun'altra data verranno ricordati per l'aver rotto qualcosa nei nostri cuori e nelle nostre certezze. Quindi, per una volta, non credo che c'entrino l'ipocrisia, o la preferenza, ma le conseguenze sociali e antropologiche che inevitabilmente questa cosa riuscirà ad avere. Detto questo, ricorderei anche i morti silenziosi di oggi, di ieri, di domani e di sempre, perché oltre a Beirut e a Parigi, a New York e ai cieli di Sharm, ci sono tante guerre nel mondo in questo momento, molte collegate proprio all'IS. Ogni giorno, svegliandoci e ringraziando Dio di avere un altro giorno di vita in questa opulenta e marcia ma libera società occidentale (guarda caso, cristiana, ma non lo dico in contrapposizione all'Islam, bensì a una certa Europa), rivolgiamo una preghiera per tutta questa gente, senza fare proclami, senza clamore, senza nemmeno rimarcare le bandiere di appartenenza, visto che sarebbero così tante da perderne il conto.
Per informazione:
http://www.guerrenelmondo.it/?page=static1258218333
Dis...ordine dei giornalisti
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ars
on sabato 31 ottobre 2015
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Mi sto seriamente incavolando con l'Ordine dei Giornalisti e questa faccenda della formazione continua che mi sembra, così congegnata, l'ennesimo business mangiasoldi. Già paghiamo 100 euro di tassa annuale, poi dobbiamo seguire corsi di formazione A PAGAMENTO per modiche cifre di qualche centinaio di euro in cui non sono compresi costi di trasporti, di pernottamenti, tempo che si sottrae al lavoro (va bene i professionisti che magari vengono scusati dal capo se si assentano per i corsi, ma i freelance come me? Io non ho problemi perché sono indipendente in generale nel mio lavoro, ma quanti pubblicisti magari hanno un lavoro dipendente e da cui non possono assentarsi?). Io non l'ho avuto nemmeno il tempo di andare ai corsi quest'anno. Fra l'altro quelli gratuiti diventano subito pieni, e poi bisogna vedere se ci si trova con la data, se ci si può spostare ecc.
Tutto per cosa?
Magari rivedere l'Ordine (che non abolirei) per farlo diventare un organismo di SERIO controllo deontologico invece di accettare gente che si è fatta scrivere articoli da altri e poi mette la sua firma, vigilare che paghe e contribuiti vengano DAVVERO corrisposti, mettere un esame di ingresso anche per i pubblicisti (forse in qualche regione avviene), insomma riportare il giornalismo a ricoprire un ruolo di VERA UTILITA'? Il diritto di opinione è di chiunque, chiunque può scrivere. Il diritto ATTIVO all'informazione richiede una PROFESSIONALITA' in cui non ci si improvvisa, che è fatta di etica, di conoscenza della materia, di approfondimento, di profondità intellettuale. Tutti possono scrivere e informare, è giusto ed democratico e guai se venisse tolto questo diritto a chicchessia. I corsi di aggiornamento ci stanno, ma devono essere gratuiti e programmati dall'Ordine, diamine. Anche perché non è nemmeno giusto che un ragazzo che magari viene sfruttato nelle redazioni e già fa fatica a "camparsi", poi debba venire penalizzato perché non può pagarsi tutta 'sta tarantella dei corsi (che, ripeto, implicano anche altri tipi di costi indiretti).
Io sono anche un po' disinformata perché mi ha lasciato così perplessa la cosa che me ne sono anche disinteressata (a mio discapito e magari dico anche baggianate)...Ma vogliamo poi parlare di quando ti arriva la letterina a casa con valore retroattivo salvo che tu non sia un barone che scrive da almeno 10 anni, conoscendo la situazione in cui versa un buon 70% dei giornalisti, in cui rientra sì chi lo fa senza arte né parte, ma anche una buona fetta di poveri cristi che stanno imparando il mestiere magari con passione e dignità, dignità purtroppo non riconosciuta da tutti gli editori che NON pagano, NON versano contributi, se ti va bene ti mollano la cinquanta euro sottobanco? Tutte cose attraverso le quali siamo passati tutti, almeno noi della nuova generazione. Fra due mesi avrò i miei bei 10 anni di attività (a cui vanno aggiunti i due di pratica), quindi la cosa nemmeno mi toccherebbe più di tanto. Ma non è giusto! Non è così che si "ripulisce" l'Ordine.
Poi certo, tante difficoltà si sta cercando di superarle, innalzando ad esempio il tetto di crediti online a 30 su 60. Molta confusione viene dal fatto che ora la cosa va rodata. Forse prima c'erano pochi corsi ad accesso libero, ora ce ne sono di più, in futuro ancora di più. Dulcis in fundo: l'OdG fa presente che "la legge148/2011 obbliga TUTTI gli iscritti agli Ordini professionali a seguire corsi di formazione. L´Ordine dei giornalisti ha in molte occasioni fatto presente che le norme vigenti non tengono in alcun modo conto delle peculiaritá della nostra professione ed ha chiesto modifiche sostanziali (l´ultima volta il 29 dicembre nel corso della conferenza stampa di fine anno del presidente del Consiglio). Il D.P.R. attuativo (137/2012) prevede che i corsi di formazione possano essere organizzati anche da soggetti terzi.
L´Ordine, in base alle norme, deve solo accertare che l´ente che si propone abbia tre anni di esperienza nel settore. Non puó fare altro. Gli enti autorizzati sono legittimati a proporre corsi di formazione, anche a pagamento. Se la materia é di interesse professionale, l´Odg non puó - se non violando la legge - opporsi a che vengano organizzati".
Ora, io non so davvero se prendermela con l'Ordine perché non riesce a imporsi (stiamo parlando di giornalisti, i famosi gatekeeper, con un grosso potere - anche politico - nelle mani) o con la miopia di chi governa e legifera (con quest'ultima sicuramente).
La stampa italiana versa in condizioni quanto meno discutibili, e giustamente si pensa di risolvere i sintomi e non la malattia.
Molto rumore per nulla
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ars
on giovedì 29 ottobre 2015
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La cosa buffa di tutta questa discussione della carne è che si dice tutto senza dir niente.
Per quanto mi riguarda mi sono sentita come se fosse caduto un meteorite ed avesse abbattuto tre quarti della popolazione terrestre. Bum! Millenni di certezze fatte improvvisamente vacillare. Non me lo aspettavo, sono sincera.
Non sono una grande sostenitrice dell'Oms, ma se una simile affermazione viene da una simile istituzione, evidentemente i costi sociali da sostenere per le cure sono diventati veramente alti.
Ora, che la carne faccia venire il tumore, brutta cosa ma, di fatto, dobbiamo morire tutti, in un modo o nell'altro. Fa venire il tumore anche l'inquinamento, anche parlare al cellulare. A me da vegana sta benissimo che si faccia capire alle persone che la carne fa male. Ma a tanta gente non importa farsi del male, altrimenti non fumerebbero, o non si abbufferebbero, che so, di dolci.
Si parla di non voler ammalarsi e non morire, di stare bene...senza pensare che è la stessa cosa che vorrebbero quelle creature che vengono quotidianamente ammazzate per essere mangiate. Quindi non capisco appunto questa cosa: ma vi preoccupate e discutete tanto sul non farvi venire il tumore (ammesso e non concesso) perché volete vivere...non pensate che lo vorrebbero anche le vostre vittime?
Seconda cosa. La perdita paventata di 186mila posti di lavoro, o quanti sono. Non è così. La parola chiave si chiama "conversione". Basta convertire l'economia: hai voglia posti di lavoro, forse aumenterebbero persino. Come negli anni '50: passeremmo da un'economia di guerra (cos'altro è, sennò, questa economia di sfruttamento e sangue?) a un'economia di pace. La pace con il creato e ogni vivente.
Per quanto mi riguarda mi sono sentita come se fosse caduto un meteorite ed avesse abbattuto tre quarti della popolazione terrestre. Bum! Millenni di certezze fatte improvvisamente vacillare. Non me lo aspettavo, sono sincera.
Non sono una grande sostenitrice dell'Oms, ma se una simile affermazione viene da una simile istituzione, evidentemente i costi sociali da sostenere per le cure sono diventati veramente alti.
Ora, che la carne faccia venire il tumore, brutta cosa ma, di fatto, dobbiamo morire tutti, in un modo o nell'altro. Fa venire il tumore anche l'inquinamento, anche parlare al cellulare. A me da vegana sta benissimo che si faccia capire alle persone che la carne fa male. Ma a tanta gente non importa farsi del male, altrimenti non fumerebbero, o non si abbufferebbero, che so, di dolci.
Si parla di non voler ammalarsi e non morire, di stare bene...senza pensare che è la stessa cosa che vorrebbero quelle creature che vengono quotidianamente ammazzate per essere mangiate. Quindi non capisco appunto questa cosa: ma vi preoccupate e discutete tanto sul non farvi venire il tumore (ammesso e non concesso) perché volete vivere...non pensate che lo vorrebbero anche le vostre vittime?
Seconda cosa. La perdita paventata di 186mila posti di lavoro, o quanti sono. Non è così. La parola chiave si chiama "conversione". Basta convertire l'economia: hai voglia posti di lavoro, forse aumenterebbero persino. Come negli anni '50: passeremmo da un'economia di guerra (cos'altro è, sennò, questa economia di sfruttamento e sangue?) a un'economia di pace. La pace con il creato e ogni vivente.